Più forte di tutto: Bentornata, Joya!

Potremmo partire da circa una settimana fa.
Ma… No, partiamo da ancor prima andando a ritroso.
È il minuto 42 del 10 Gennaio quando Paulo Dybala è costretto a uscire dal campo per infortunio. Sembra roba da poco, vengono stimati 15 giorni di stop. Passano i giorni ma il dolore, anziché passare, s’intensifica e allora inizia un calvario lungo tre mesi. Si decide di volare a Barcellona, ma fortunatamente, si scongiura l’operazione al legamento collaterale del ginocchio.
Nel contempo si intensificano voci su pretese importanti da parte dell’argentino che, per rinnovare il contratto avrebbe chiesto un adeguamento pari a 15 milioni di euro. I tifosi allora insorgono dandogli del “mercenario” e del “folle” che non porta rispetto verso la società che l’ha reso campione e che è disposta a proseguire con lui seppur a cifre diverse.
Ma non solo: a questo seguono le prime pagine di giornale che lo vedono un po’ a Madrid, un po’ a Manchester e un po’ a Barcellona.
E poi si torna a una settimana fa, al festino che viola ogni norma anti-covid proprio nel momento più buio della sua Juventus. Tutt’altro che esempio, tutt’altro che “10” e futuro capitano. Inevitabile la sua esclusione dai convocati nel Derby, proprio nel giorno che doveva rappresentare il suo ritorno in campo, e le critiche di chi l’ha sempre sostenuto.
Rientegrato in gruppo, Paulo torna col Napoli e lo fa umilmente: segna, urla, sorride e si emoziona.
“Chi non ama il mancino di Dybala ha dei seri problemi coi sentimenti”.
Il suo è un gol di liberazione, la sua esultanza è un inno d’amore e di scuse alla “Vecchia Signora” e ai suoi tifosi che, forse, oggi erano tutti dentro quella corsa di Wojciech Szczesny di 40 metri per andarlo ad abbracciare dimostrando quanto fosse mancato a tutto il popolo bianconero. Brividi, emozioni pure.
Più forte degli infortuni, dei milioni, di voci infondate e dei festini: “Bentornata, Joya!”

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